Cuba

Una identità in movimento


Profilo dell'identità nazionale cubana (Parte II)

Alessandra Riccio


Il pericolo nero

Da quel momento l'arma della paura per le efferatezze che quella marmaglia scatenata poteva compiere anche a Cuba venne adoperata per far passare una più dura politica di sfruttamento. Non che questo fosse un argomento nuovo: fin dal 1551, il governo spagnolo aveva proibito che i negri portassero armi ed a più riprese aveva ribadito questa proibizione rendendola sempre più drastica, fino a disporre che perfino gli attrezzi di lavoro venissero conservati in un deposito la cui chiave era affidata al mayoral che poteva essere bianco o meticcio, ma mai negro. Una Real Cedola disponeva che se un negro avesse posto mano alle armi contro uno spagnolo "anche se non ferisca con esse, la prima volta gli vengano date cento frustate e gli si inchiodi la mano; e la seconda gliela si tagli... ". L'ordinanza di Alonso de Cáceres che si riferisce agli schiavi, del 26 aprile 1641, proibisce la vendita di vino ai negri schiavi, dispone che essi vivano sempre e comunque nella casa del padrone, proibisce di dar loro ospitalità durante la notte, ordina di arrestare senza ulteriori formalità il negro che venisse trovato senza giustificato motivo lontano dalla casa del padrone, obbliga quest'ultimo a tenere i ceppi per castigare gli schiavi, ma raccomanda anche al padrone di non abbandonarsi ad eccessi:

"Siccome vi sono molti che trattano con grande crudeltà i propri schiavi, frustandoli con cattiveria, bruciandoli con diverse specie di resine, e li arrostiscono o gli fanno altre crudeltà di cui muoiono, e ne rimangono così castigati ed impauriti che finiscono per suicidarsi, o gettarsi in mare, o fuggire o ribellarsi, e se si dice che hanno ucciso uno schiavo non si procede contro di loro: che colui che simili crudeltà e castighi infligga ad un suo schiavo, la giustizia lo obblighi a vendere questo schiavo e lo castighi secondo l'eccesso che abbia commesso"[31].

Un secolo dopo, Nicolás Joseph de Ribera affermava:

"Si potrebbe pensare che una tale moltitudine di negri schiavi e pagani di nascita quale io propongo potrebbe ribellarsi. Ma questa è un'obiezione assai debole per chi li ha avuti ai propri ordini e li conosce. La loro stessa diversità di geni e nazioni li unisce ed assoggetta alla nostra. E se qualcuno, spinto dalla crudeltà o dal cattivo trattamento dei suoi padroni, fugge nel bosco, lo fa senz'altro scopo che quello di sfuggire al castigo (...) Un negro schiavo soffre in Africa i rigori della più crudele e barbara prigionia. Da questa passa a quella degli stranieri e poi alla nostra dove vengono istruiti alla religione vera ed alle leggi del Paese, e conduce una vita regolata e sicura che non aveva nella schiavitù pagana. Finisce con l'essere un uomo della nostra religione che ci serve e che lavora contento, interessato al nostro benessere perché poi ha moglie e figli e del denaro con cui molti si emancipano e liberano e possono pure arrivare a diventare ricchi. Allo Stato non importa che gli abitanti di Cuba siano bianchi o neri, purché lavorino molto e le siano fedeli"[32].

Queste parole di Nicolás Joseph de Ribera vanno intese come riflessioni su ciò che converrebbe riformare o fare di nuovo in un momento in cui la classe dominante, di cui egli è espressione, comincia a credere nel progresso e nella tecnologia[33].

Secondo quest'ottica, Cuba non deve essere più vissuta come un improbabile paradiso ma come la terra dove, attraverso moderne ed efficaci misure tecniche e commerciali, sia possibile trasformare il lavoro in una catena produttiva organizzata, senza tempi morti o intralci burocratici, che possa rendere tanto allo Stato come ai negrieri, ai latifondisti come ai contrabbandieri. Per fare questo, la mano d'opera è assolutamente necessaria ed ecco perché, nonostante la levata di scudi contro la schiavitù, assai vivace a partire dal 1808, quando Gran Bretagna e Stati Uniti l'abolirono, essa continuò ad esistere fino al 1880, costituendo per tutto il secolo XIX un nodo problematico a cui, però, si deve la grande vivacità della cultura negra — resistente ed ostinata — nel coacervo di identità dell'isola. Sostituendo il paternalismo settecentesco con un tecnicismo che già annuncia il secolo XX, con il pericolo che a Cuba potesse ripetersi il caso di Haiti, i piantatori decisero di riunire i negri schiavi delle piantagioni nei tristemente famosi barracones, dove vivevano come in carcere, chiusi a chiave o incatenati in tutti quei momenti in cui non erano occupati nel processo di raccolta e di lavorazione della canna da zucchero. Fu proprio nei barracones che i negri schiavi, non più dispersi nei bohios ma concentrati in comunità tutte negre, trasformarono la loro cultura in un sincretismo — afrocubano — in cui un cattolicesimo masticato superficialmente si mischiava con le varie mitologie delle "nazionalità" africane[34] mentre i ritmi e le danze rituali servivano ora per festeggiare un santo o una tappa del lavoro nei campi. Il ritmo dei tamburi scandiva le nostalgie e le allegrie degli schiavi e ne custodiva le radici e le identità. D'altra parte, anche i negri horros, cioè quelli liberati, che andavano costruendosi una nuova vita nelle città ricorrevano all'organizzazione dei cabildos, associazioni di mutuo soccorso che tendevano a mantenere la coesione sociale fra gli africani provenienti da una stessa "nazione" ed a praticare insieme i riti ed i divertimenti collettivi, aggregando anche gli schiavi del servizio domestico che a volte, come nel caso dei cocchieri, assumevano ruoli di notevole importanza all'interno della società negra cittadina.

La differenza di stato fra negro schiavo e negro libero coincideva con la condizione di negro di campagna e negro di città dove diventa più aggressivo, intraprendente e padrone di sé del bianco povero che invece si portava dietro un senso di fallimento e rifiutava di mischiarsi ai negri della sua stessa sfera sociale come, ad esempio, i piccoli commercianti.


Resistenza culturale

L'abolizionista padre Félix Varela, un uomo di grande lucidità ed uno dei primi spiriti autenticamente cubani, così descriveva la situazione dell'isola durante la breve fase costituzionale del Regno di Ferdinando VII cioè a dire in uno dei pochi momenti in cui fu possibile far sentire la voce della colonia nelle Cortes:

"Effettivamente, da quando le arti sono andate a finire nelle mani di negri e mulatti sono scadute per i bianchi che senza degradarsi non potevano compartire il lavoro con quegli infelici. La preoccupazione ha sempre un grande potere e nonostante tutti i dettami della filosofia, gli uomini non si rassegnavano all'ignoranza quando un popolo giustamente o ingiustamente disprezza questa o quella condizione. Da qui si deduce come sia infondata l'accusa che molti hanno fatto ai cittadini dell'Avana, per il poco impegno a dedicarsi alle arti, e c'è anche chi assicura che è proprio il clima che induce all'ozio. È il Governo, invece, che lo ha indotto, e dirò di più, lo ha preteso in tutte le epoche. Io chiedo solo che si ponga mente al fatto che questi stessi artisti oriundi dall'Africa non sono altro che avaneri, infatti, ce ne sarà appena qualcuno che non appartenga ai creoli del paese"[35].

Padre Varela stava forse pensando anche al caso di José Antonio Aponte, negro intagliatore di legno all'Avana, che nel 1812 aveva organizzato una cospirazione per costringere ad abolire la schiavitù con un metodo assai radicale: incendiare le piantagioni per rendere così inutile il lavora, degli schiavi. Questo sistema passò poi a far parte del patrimonio di lotta non solo dei negri ma di tutti coloro che, in quel tormentato secolo, cercarono la via dell'indipendenza e della libertà.

Anche se le cronache non lo registrano, dai decreti reali si deduce che anche prima del secolo XIX vi furono rivolte di negri in campagna[36] ma solo quando il terrore divenne anche pretesto per un maggiore sfruttamento, il ribellismo dei negri divenne storia con cui fare i conti. Al pericolo negro si ricorse anche per far passare la militarizzazione dell'isola la quale serviva a reprimere i moti insurrezionali che cominciavano a serpeggiarvi. Ma le cospirazioni furono scoperte una dopo l'altra, anche grazie alle delazioni incoraggiate dai decreti reali, e non valse a proteggerle la fitta rete clandestina delle logge massoniche o dei cabildos e delle società segrete dei negri: il primo movimento per l'indipendenza di Cuba, organizzato nel 1809 dal massone Ramón de la Cruz, fu scoperto e soffocato. La cospirazione Rayos y soles de Bolívar, che nel 1823 chiamava a raccolta negri e bianchi dell'isola per unirsi al Libertador contro il giogo della Spagna, venne brutalmente represso. José Francisco Lemus, l'organizzatore fu imprigionato mentre il poeta Heredia e l'abolizionista Padre Varela venivano mandati in esilio ed inauguravano una lunga catena di esili intellettuali che contribuirono, però, alla rimeditazione sull'isola ed all'arricchimento culturale che il ritorno di quegli esuli significò. Fra questi esuli importanti vi fu anche lo scrittore abolizionista José Antonio Saco che nei brevi anni del costituzionalismo di Ferdinando VI aveva fondato e diretto la Revista Bimestral.


La rivolta

José de la Luz y CaballeroGli episodi più significativi di questa prima metà del secolo furono, in certo modo, la rivolta dei negri occupati a costruire, nel centro dell'Avana, il faraonico palazzo della potente famiglia degli Aldama e, soprattutto, la repressione sanguinosa della cospirazione della Escalera, che, secondo le voci opportunamente fatte circolare, era una cospirazione della gente di colore che intendeva sterminare i bianchi con l'insidiosa ma efficace arma del veleno. In realtà la cospirazione serviva da pretesto per annientare la borghesia negra e progressista che proprio a Matanzas aveva raggiunto una situazione di indipendenza economica e sociale obbiettivamente pericolosa per li potere bianco. Scoperta nel 1844, la cospirazione dell'Escalera fu sventata con l'arresto di duemila negri liberi, mille schiavi e settanta bianchi, fra questi il poeta mulatto Plácido[37] — fucilato —, il poeta Manzano — arrestato —, il professore di filosofia Luz y Caballero — processato — e Domingo del Monte, uno dei pochi piantatori contrari alla schiavitù — esiliato. Il pericolo di "africanizzazione dell'isola" era dunque diventato un pericolo concreto, ed a metà del secolo XIX, con una popolazione di negri equivalente il cinquanta per cento, ci si cominciava a porre il problema di reclutare mano d'opera di diversa provenienza: indios dello Yucatán, per esempio, o operai cinesi. Ma l'ostinazione a perpetuare il sistema della schiavitù, l'assolutismo di Ferdinando VII, la mancanza di duttilità del Governo, favorirono la comparsa sulla scena cubana di un nuovo interlocutore — gli Stati Uniti d'America — anch'essi timorosi del pericolo negro:

"Saremmo indegni dei nostri valorosi antenati e commetteremmo un vile tradimento nei confronti dei posteri se Cuba dovesse essere 'africanizzata' e diventasse un'altra San Domingo, con tutti i suoi conseguenti orrori per la razza bianca, e se tollerassimo che l'incendio si estendesse ai nostri litorali più vicini, mettendo seriamente in pericolo o distruggendo effettivamente la struttura della nostra Unione"[38].

Tutto questo sdegno gli Stati Uniti lo tradussero, nel 1854, in un prezzo centoventi milioni — per l'acquisto dell'isola. Ma non fu questa la prima volta: nel 1808 il Presidente Jefferson aveva cercato di convincere Napoleone a vendere l'isola[39]; nel 1823, l'ambasciatore nordamericano in Spagna, John Quincy Adams aveva sostenuto con chi lo incitava ad impossessarsi dell'isola la famosa teoria della mela matura:

"Ci sono leggi di gravità politica come ci sono quelle di gravità fisica: e così come una mela staccata dall'albero per la forza del vento, non può, anche volendo, evitare di cadere al suolo, così Cuba, una volta staccata dalla Spagna e rotto il legame artificiale che la lega ad essa, ed incapace di mantenersi da sola, deve per forza gravitare verso l'Unione Nordamericana... "[40]

Nel 1857 gli Stati Uniti rinnovarono la loro offerta, mentre cresceva a Cuba l'idea che l'annessione alla giovane e potente repubblica vicina avrebbe risolto sia i problemi degli imprenditori che quelli dei negri, dato che fin dal 1808 gli Stati Uniti avevano abolito la schiavitù. Che poi il problema non lo avessero risolto veramente neanche loro lo dimostrò lo scoppio della guerra di Secessione (1861-1865) a pochi anni da quell'offerta in denaro.


La resistenza

Dunque, ancora non si riconosce a Cuba un'identità nazionale, se ne tratta la compravendita come fosse un territorio privo di abitanti, si elaborano teorie che la cosificano senza che ci si accorga che, nel frattempo, qualcosa è cambiato e che in quella città e in quelle campagne si è andata tessendo una fitta rete di radici sotterranee che vanno prefigurando un'identità che ancora non ha il nome di cubana ma che percorre tutta l'isola ed è già rilevabile per esempio fra gli operai delle fabbriche di tabacco, i quali, fin dal 1857, hanno vinto la battaglia per l'autoistruzione e si sono tassati per pagare un lettore che, durante le ore di lavoro, faccia una lettura pubblica di testi vari, ma soprattutto de L'Aurora[41] un giornale settimanale dedicato agli artigiani, fondato da Saturnino Martínez, un emigrato asturiano che qualche anno più tardi sarà alla testa dello sciopero al tabacchificio "Cabañas y Carvajal" per protestare contro la proibizione della lettura pubblica nelle manifatture.

La militarizzazione sempre più massiccia dell'isola — unica risposta di una Spagna per altro lacerata al suo interno, incapace di stare all'altezza dei tempi — se da una parte soffocò le vampate di rivolta, non spense la cenere della ribellione e Cuba fu per molti anni un insieme di organizzazioni clandestine che andavano dalle logge massoniche alle tumbas che, sotto l'aspetto di allegri carnevali, servivano di pretesto, specialmente nelle regioni orientali, per coprire riunioni cospirative contro la schiavitù, alle società segrete abakuá, nelle regioni occidentali, che praticavano una specie di mafia dei porti, fino agli appartati palenques — ridotti di montagna che servivano da rifugio ai negri cimarrones e che poi, durante le guerre d'indipendenza, servirono da inespugnabili accampamenti militari.

Ma anche la borghesia creola, ormai evoluta e in qualche modo colta, cominciava a manifestare il proprio malcontento per essere obbligata a produrre secondo i modi antiquati imposti dalla Spagna ed a far fronte, in prima persona, alle conseguenze che tutto ciò comportava. Invano l'intellighentia al suo servizio — i primi cervelli pensanti dell'isola — Saco o Del Monte, cercarono con argomentazioni sagge e motivate di influire sul Governo Centrale. In realtà, per la Spagna, Cuba era diventata un simbolo irrinunciabile, era l'ultima colonia dell'Impero, la si voleva cedere nelle mani degli Stati Uniti, dato che nessuno riteneva che potesse autogovernarsi e diventare finalmente autonoma.


Le guerre d'indipendenza

Ma il grido di rivolta per la guerra d'indipendenza partì dalla campagna, dalla fattoria Demajagua, a Yara, nel 1869 quando Carlos Manuel de Céspedes, rompendo gli indugi, dette la libertà ai suoi trenta negri schiavi e li arruolò nel proprio esercito, bruciando le piantagioni ed appiccando il fuoco della rivolta a tutta la regione orientale.

"Al 10 di aprile 1869 in Guaimaro, piccola città del centro dell'isola, l'assemblea che rappresentava il libero popolo di Cuba, procla.mò la Repubblica Federale come la costituzione che doveva reggere le sorti del paese; elesse all'unanimità il Céspedes presidente della Repubblica (...). La schiavitù e tutte le distinzioni sociali furono abolite; una legge speciale autorizzò l'emissione di venti milioni di piastre in carta-moneta"[42].

Così il senatore del Regno d'Italia, Pierantoni, descrive la nascita della Repúblíca en Armas che per dieci anni manterrà viva la fiaccola dell'indipendenza non solo attraverso le battaglie sanguinose, i sabotaggi e la guerriglia, ma praticando sul campo un'ipotesi di repubblica interrazziale ed autonoma.

La costituzione di Guaimaro si era dichiarata favorevole all'annessionismo e non era un segreto per nessuno che gran parte dell'autonomia della Repubblica dipendeva dai fondi che inviava la Giunta dei Cubani di New York, dichiaratamente annessionista. Per altro, la stessa economia dell'isola dipendeva sempre di più dal commercio con gli Stati Uniti che era passato dal quarantuno per cento del 1859 all'ottantadue per cento del 1877. Lo stesso Carlos Manuel de Céspedes, che pure aveva radicalizzato la guerra pensando che Cuba libera valesse anche il prezzo di cancellare ogni vestigia di Civiltà, esitò molto a portare la guerra in occidente, come consigliava il generale Máximo Gómez e come non avrebbe esitato a fare il comandante mulatto Antonio Maceo.

In realtà, né i piantatori, né i ricchi creoli in esilio a New York, potevano consentire che l'indipendenza di Cuba passasse sui propri interessi. E così, deposto Céspedes, fiaccata la resistenza dei ribelli in lunghi anni di guerra di posizione, la Spagna firmò, nel 1876, il Patto di Zanjón con la República en Armas, in cui faceva alcune concessioni ai piantatori e garantiva ai combattenti prebende e sinecure, ma non prevedeva l'abolizione della schiavitù. Lo sdegnoso rifiuto di Antonio Maceo, che nella Repubblica aveva rappresentato la voce autenticamente popolare e cubana, ad accettare un patto che definiva vergognoso, resta come esempio di una coscienza che tenta di farsi largo in un contesto ancora ed accanitamente ostile. Noto col nome di Protesta de Baraguá, questo rifiuto è diventato col tempo un mito della fondazione dell'identità cubana, che proprio il nemico spagnolo finiva col riconoscere quando chiamava sprezzantemente mambises i patrioti cubani che si battevano per la propria liberazione. Con questa parola, che significa idolo o feticcio in lingua conga, a San Domingo si indicava i negro cimarrón che fuggiva dalle crudeltà della schiavitù. Chiamando così l'esercito ribelle, i militari spagnoli riconoscevano nel loro disprezzo, l'originalità di un movimento che vedeva negri e bianchi, mulatti e cinesi, liberi e schavi, ricchi e poveri, donne ed uomini, uniti in un unico progetto immediato: liberarsi dal giogo spagnolo[43].

Gli anni della República en Armas furono anni di formazione: dopo aver vissuto i suoi secoli di colonia senza storia e senza identità, prodotto dell'immaginazione utopica prima e dello sfruttamento poi, solo negli anni della Repubblica Cuba prova, nell'isolamento delle campagne e dei palenques, a gestirsi in modo autonomo e nazionale. Le guerre d'indipendenza — compresa la guerra chica del 1879 — rivendicando l'autonomia di Cuba, vanno creando, inventando l'identità nazionale. Tutto quello che post facto viene inteso come omogeneo e volto a fare di Cuba un'unità, probabilmente fu il prodotto di contraddittorie ed opposte motivazioni. A partire dalle guerre d'indipendenza, le idee progressiste di gruppi di intellettuali illuminati, la ribellione e la resistenza di negri cimarrones in cerca della propria terra e delle proprie divinità, l'interesse degli emigrati spagnoli stanchi dello sfruttamento economico della madrepatria, tutto si converte nella possibilità di una realizzazione nazionale. A Cuba negri e bianchi, africani ed europei hanno dovuto percorrere un lungo cammino per appropriarsi poco a poco di una terra straniera, per riconoscersi nei suoi miti e nelle sue immagini, miti ed immagini che nascono proprio dalle guerre d'indipendenza; da quando, cioè, bianchi e negri, borghesi e schiavi combattono fianco a fianco per l'affermazione della propria identità nazionale.


José Martí e l'indipendenza

José Martí è un fondatore della cubanità; la sua presenza feconda appare tanto nella storiografia ufficiale quanto, e certo in maniera assai più viva, nella sensibilità intima del cubano che vede rappresentate, nell'eroe dell'indipendenza, tutte le debolezze umane insieme ad una indispensabile capacità organizzatrice e ad una vocazione al sacrificio. La sua chiarezza di idee la trascendenza della sua visione del mondo, la radicalità del suo impegno insieme alle contraddizioni della sua vita personale, alle quotidiane debolezze, al sentimentalismo genuino dei suoi Versos Sencillos, fanno sì che in José Martí sia rappresentata tutta la complessità del cubano. Rubén Darío, il grande poeta del Nicaragua, lamentava in un commosso omaggio funebre[44] al maestro scomparso, il fatto che Martí si fosse lanciato nella battaglia, fosse tornato a Cuba per combattere l'oppressore spagnolo quando tanto necessaria era la sua parola per i popoli d'America, quando il suo magistero politico e poetico appariva ed era insostituibile, e giudica sconsiderata e suicida la decisione del cubano. Darío non si accorge, non capisce quello che Martí sapeva con lucida visionarietà: che era necessario dare testimonianza, morire in battaglia[45], trasformarsi in martire per entrare nel mito, per cominciare a tessere la memoria di un popolo senza storia.

Nel Manifesto di Montecristi, il proclama con cui Máximo Gómez e José Martí chiamano alla rivolta (25 marzo 1895), è scritto:

"Conoscere è fissare la realtà; costruire il modello naturale, la realtà delle idee che producono o impediscono i fatti, e quella dei fatti che nascono dalle idee,, organizzare, la rivoluzione della dignità, del sacrificio e della cultura in modo tale che non venga offesa la dignità di un sol uomo, e il sacrificio non sembri inutile a nessun cubano o la rivoluzione non sembri all'altezza della cultura del paese, non della cultura esterofila e screditata che si aliena il rispetto degli uomini virili per l'inefficacia dei suoi risultati o il contrasto penoso fra la meschinità reale e l'arroganza dei suoi sterili detentori ma della conoscenza profonda dell'opera dell'uomo per il riscatto e il sostegno della propria dignità: questi sono i doveri e le intenzioni della rivoluzione".

Martí preconizzò dunque, un nuovo umanesimo e, come si vede, l'idea di nazionalità è limitata rispetto al suo progetto e non esaurisce affatto le istanze politico-morali che lo nutrono. Ma c'è di più: avendo vissuto durante molti anni negli Stati Uniti, José Martí ha imparato a conoscere grandezza e limiti di quel paese, e non ignora il pericolo che rappresentano per Cuba e per l'America latina tutta. Contro questo pericolo Martí mette in campo tutte le sue energie. Egli vuole:

"... impedire a tempo, con l'indipendenza di Cuba, che gli Stati Uniti si estendano sulle Antille e si precipitino con questa forza in più su queste nostre terre d'America"[46].


La frustrazione

L'indipendenza di Cuba doveva quindi inserirsi in un progetto più ampio, latinoamericano; e il ritardo con cui si realizzava rispetto agli altri paesi del continente avrebbe dovuto, servire ad evitare errori spesso fatali. Invece, nel momento stesso in cui riesce a scrollarsi di dosso il giogo oppressore dell Spagna, Cuba cade in un'altra forma di dipendenza: quella del neocolonialismo degli Stati Uniti. Vengono così frustrate le proprie aspirazioni, tradite le proprie speranze.

Nel Trattato di Pace di Parigi del 10 dicembre del 1898, Cuba non fu invitata al tavolo delle trattative: Spagna e Stati Uniti si passarono le consegne ed i cubani furono espropriati del frutto di trenta anni di lotte. L'intervento statunitense contro il boccheggiante Regno di Spagna passò sulle teste e sulla volontà dei cubani e, ammainata la bandiera spagnola, la fiammante bandiera della Repubblica di Cuba si vide affiancata da quella degli Usa che avevano anche provveduto a confermare nei posti di governo gli stessi funzionari nominati a suo tempo dalla Regina di Spagna e non aveva esitato ad umiliare i combattenti per l'indipendenza impedendo al generale Calixto García, l'eroe della guerra chica, di entrare a Santiago liberata con le sue truppe di mambises. Vale la pena ricordare le parole con cui il generale García elevò la sua vibrante e dignitosa protesta:

"Sento dire, ma è tanto assurdo che non gli do credito, che l'ordine di impedire al mio esercito l'entrata a Santiago di Cuba obbedisce ad un timore di vendetta e rappresaglia contro gli spagnoli. Mi sia permesso protestare contro la più vaga ombra di un simile pensiero, poiché non siamo un popolo che ignora i principi della guerra civilizzata; formiamo un esercito povero e stracciato, altrettanto povero e stracciato dell'esercito dei vostri antenati nella nobile guerra per l'indipendenza degli Stati Uniti d'America: ma come gli eroi di Saratoga e di Yorktown, rispettiamo troppo la nostra causa per macchiarla con la barbarie e la codardia"[47].

Ma c'era di peggio: la prima costituzione repubblicana della Cuba indipendente fu inficiata da un emendamento — l'emendamento Platt — voluto dagli Stati Uniti che attraverso questo strumento si arrogavano il diritto di intervenire negli affari interni della giovane repubblica, anche con le armi ed a loro esclusivo giudizio. L'emendamento Platt sanciva l'incapacità del nuovo stato indipendente di gestirsi da solo ed imponeva una tutela che era, in prima istanza, economica. In questo modo, e come Martí aveva temuto, l'America latina entra nella fase del neocolonialismo.



Tratto da:

Latinoamerica. Analisi, testi, dibattiti,
Roma, Anno VIII, n. 26, aprile-giugno 1987, pp. 11-19


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Note

[31] Si veda Fernando Ortiz, Los negros esclavos, La Habana 1975, p. 407.
[32] N.J. de Ribera, op. cit., pp. 142-143.
[33] Ivi, p. 81.
[34] "C'erano i mandingas di taglia grande e gran bellezza, negozianti abili ed infaticabili, alquanto fatalisti ma disposti a combattere per la loro libertà; i lucumies intelligenti e adattabile alla civiltà europea, buoni lavoratori e che si riscattavano da soli; i carabalis sobri nel vestire ed economi, quando conquistavano la libertà si dedicavano al commercio su piccola scala. I congos erano la nota allegra, ridanciana, imposero con i loro tamburi la musica africana. I loro balli e le loro canzoni dominano in campagna e in città. Ararás e minas, abituati alla servitù, difficilmente si impegnavano per liberarsi" in José Luciano Franco, Folclore criollo y alrocubano, La Habana 1959, p. 81.
[35] Félix Varela, Proyecto abolicionista (1822) citato in Fernando Ortiz, Los negros esclavos, cit. p. 426.
[36] Hortensia Pichardo, Documentos para la historia de Cuba, La Habana 1973, "Una sublevación de esclavos", informe del Obispo Morell de Santa Cruz sobre la sublevación de mineros en El Cobre, 1731, p. 152. López Seguera, in op. cit., p. 37, dà una spiegazione convincente del perché i negri dei secolo XVII e di parte del XVIII non animarono rivolte: "Una società dove produrre per il mercato non era una finalità; dove il desiderio di lucro occupava un secondo piano, dove lo spirito di impresa del conquistatore era stato sostituito dallo spirito di rendita del colono, e dove il concetto feudale di protezione prevaleva sullo spirito borghese di sfruttamento, non poteva essere scenario di grandi contraddizioni di classe. Ciò spiega il fatto che durante tutto il secolo XVII non abbiamo notizia di nessuna ribellione di schiavi, e ci spiega anche la facilità con cui gli schiavi ottenevano la libertà durante l'epoca delle fattorie e perché fossero così integrati alla comunità".
[37] "Non ho potuto mai dimenticare nello studio della nostra letteratura del secolo XIX il dramma terribile di due grandi poeti cubani: Plácido, un mulatto che era quasi bianco e fu sempre libero, e Manzano negro che fu servo totale, senza attenuanti. Entrambi furono toccati dalla poesia ma nessuno dei due potette evitare con il suo genio la miseria. Uno di loro, Plácido, morì con il cranio fatto a pezzi dalle pallottole della fucileria spagnola; l'altro di miseria e di fame, perché il benefattore che lo comprò come schiavo per offrirlo come una rarità al mondo esclusivista in cui viveva, dimenticò di dargli un impiego decoroso che gli lasciasse il tempo che sempre gli mancò per studiare e crescere. Questo è successo appena ieri, si fa per dire, solamente poco più di un secolo fa, ma il fatto resta come un barbaro esempio di crimine e di ipocrisia, che senza arrivare a casi come quello di questi due sfortunati geni, frustravano giorno dopo giorno migliaia di uomini e donne privi di studio, ignoranti e indifesi davanti alla vita. Questo non potrà più ripetersi nel nostro paese", Nicolás Guillén in "Gaceta de Cuba", n. 169, julio 1978, p. 4.
[38] Hugh Thomas, op. cit., p. 162.
[39] Era questo un metodo praticato dagli Stati Uniti a volte anche con successo, infatti nel 1803 avevano acquistato la Louisiana e nel 1819 la Florida.
[40] Hortensia Pichardo, Documentos para la historia de Cuba, cit., vol. 1, p. 508. Nella stessa data il Presidente Monroe esponeva la sua dottrina dell'America agli americani.
[41] Si veda José Antonio Portuondo, La Aurora, La Habana, 1961.
[42] A. Pierantoni, Cuba e il conflitto ispanoamericano, Roma 1898, p. 21.
[43] Roberto Fernández Retamar in Cuba basta Fidel, La Habana 1979, p. 14, cita queste parole di José Martí: "In guerra, di fronte alla morte, scalzi tutti e nudi tutti, si eguagliarono negri e bianchi, si abbracciarono e non si sono più separati".
[44] In "La Nación", Buenos Aires, 1895, ora anche in "Barricada", 29 de julio de 1984.
[45] Su questo tema vedi José Lezama Lima, Tratados en La Habana, La Habana 1958, p. 253: "Pascal diceva di credere solo nei racconti dei testimoni morti in battaglia. Infatti, come credere a quelli che hanno potuto sopravvivere alla battaglia per caso, perché sono fuggiti o per un destino più propizio? Nel terribile paradosso di questa frase, sembra pulsare il più creativo dei sensi della storia. Se per raccontare è necessario essere distrutto dalla stessa battaglia che si racconta, vuol dire che c'è una forma superiore di testimoniare".
[46] José Martí, Lettera a Manuel Mercado del 18 maggio 1895.
[47] Hortensia Pichardo, Documentos... cit., Vol. I, p. 517, "Texto de la carta del lugarteniente Calixto Garcia Iñiguez al General Shafter".


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