Cuba

Una identità in movimento


Profilo dell'identità nazionale cubana (Parte I)

Alessandra Riccio


I fatti sono inseparabili dalle opere. La cultura è storia.
E si può aggiungere che ciò che è proprio della storia
è la cultura e che non vi è altra storia che quella della cultura,
quella delle opere degli uomini, quella degli uomini nelle loro opere
(Octavio Paz).



L'immagine iniziale dell'isola

La scoperta dell'America inaugura l'età moderna: nuove terre, nuovi spazi, nuovi abitanti irrompono in un mondo, quello rinascimentale, che sta tentando, con la ragione, di mettere ordine fra le cose e fra le idee. Una delle prime terre scoperte è Cuba, un'isola nel cuore dei Caraibi, divenuta subito simbolo di bellezza e di armonia grazie all'immagine che ne dà il suo scopritore, Cristoforo Colombo, un uomo assetato di conoscenza, e pieno di curiosità che incarna alcune delle qualità più significative dello spirito umanistico/rinascimentale. Nei suoi Diari, Colombo descrive le nuove e misteriose terre in termini che coincidono sorprendentemente con l'immagine che il desiderio degli europei dei secoli XV e XVI aveva costruito intorno al mito di mondi felici[1].

Si tratta, certo, di una coincidenza sospetta (in fin dei conti, Colombo vedeva nell'avventura americana "anche" un affare[2], tuttavia, ciò che egli descrive risponde ad una generale aspettativa culturale e mette quindi solidi radici nella memoria storica europea finendo col coincidere con il non-luogo, con il regno dell'utopia. Bellezze "mai viste prima"; una vegetazione così spessa da consentire di attraversare l'isola sempre al riparo dal sole ardente; una popolazione mite, dai lunghi capelli morbidi come seta, felice e libera nel suo paradiso indenne dalla condanna del lavoro, dove gli alberi danno frutti senza essere coltivati, il clima non richiede vestiti e le conchiglie si trasformano in infiniti utensili; ecco il modello che irrompe sorgere del secolo XVI a dare corpo al sogno utopico dell'Europa che inventa le nuove terre caricandole di nozioni e di fantasie di carattere paradisiaco[3]. L'esaltazione che una simile impresa produce consente il ricorso ad una geografia fantastica ed all'uso di toponimi dell'epica cavalleresca in cui la fantasia ha sfiorato livelli di autentica sfrenatezza: amazzoni e sirene vengono descritte nei diari e nelle cronache; le lucertole diventano dragoni ed i medioevali "bestiari" sono il punto di partenza per descrivere una flora e una fauna per la quale mancano le parole; un complicato meccanismo di somiglianze collega l'immagine con la memoria ed invita ad una mediazione, sia pure con il mondo irreale dell'epica, per descrivere quel nuovo mondo reale. D'altronde il conquistatore era per lo più un eroe di secondo ordine nutrito spesso di letture di romanzi epico-cavallereschi di second'ordine; il suo mondo culturale non andava molto oltre e la sua memoria storica conserva tenacemente il ricordo della guerra santa, santificata, cioè, dal nobile fine della conversione. Sette secoli di Riconquista del territorio peninsulare occupato dagli arabi avevano lasciato un segno duraturo[4].

La Spagna dei tempi della Conquista non è una potenza omogenea; il mondo ispanico del secolo XVI è ancora un crogiolo di razze, religioni, ideologie, con una spiccata tendenza all'atomizzazione feudale. In questo mondo composito e diverso, la Chiesa continua a svolgere una funzione agglutinante ed identificante ed è pronta a fare della Conquista del Nuovo Mondo una nuova guerra santa ed a fornire così il pretesto spirituale ad un'impresa che la ragione non avrebbe potuto concepire[5]. E mentre i colonizzatori si dedicano ad uno sfruttamento dissennato delle popolazioni indigene e delle loro ricchezze, la Chiesa discute su tutta una serie di problemi economici, politici, morali e teologici che la scoperta del Nuovo Mondo aveva aperto in Europa. Preoccupata per la rivolta protestante che veniva a sconvolgere il mondo cattolico quando non era stato ancora definitivamente debellato il Turco, la Chiesa dedicò appena qualche cenno all'esperienza americana ed ai suoi problemi nelle lunghe sedute del Concilio di Trento (1545-1563). Questo silenzio dipendeva dal fatto che la cultura del Rinascimento, ufficialmente tolemaica ed aristotelica, vedeva nelle popolazioni indigene gli "schiavi naturali" di cui parla il filosofo greco, né infedeli né eretici, ma neanche esseri umani depositari di un'anima e degni di conoscere il Verbo.

Invano l'appassionato Fray Bartolomé de las Casas descriveva i Taínos come gente innocente e pacifica ed otteneva dall'imperatore Carlo V che il Consejo de Indias elaborasse un piano attraverso il quale fosse possibile governare i possedimenti americani "senza violenza": nel 1555 veniva proibito il sacerdozio degli indios e si impediva loro di studiare perché dalla loro educazione non ne poteva venire nessun vantaggio.

Fin dai primi anni della conquista e della colonizzazione si era scatenato un meccanismo perverso per cui, se da una parte la Chiesa discuteva sulla legittimità o meno di considerare gli indios, come esseri umani possessori di un'anima, dall'altra i soldati spagnoli rubavano, distruggevano ed ammazzavano per impossessarsi dell'oro, una parte del quale era, comunque, destinato alla Corona di Spagna. Così, in pochi anni, i Taínos di Cuba, gente "... semplicissima, senza cattiveria né ipocrisia, obbedientissima, fedelissima ai suoi capi naturali ed ai cristiani di cui sono al servizio, umili, pazienti e quieti: senza litigi né risse, né attaccabrighe, né lamentosi, senza rancore né odio, senza desideri di vendetta... "[6] vennero cancellati dalla superficie della loro paradisiaca terra.


La cultura negata

Nel 1524, genovesi e portoghesi introdussero a Cuba i primi schiavi negri d'Africa. Per tacito accordo i negrieri potevano svolgere questo "lavoro sporco" senza che la consenziente Corona di Spagna fosse ufficialmente coinvolta nella tratta. Solo il padre Las Casas, con la sua eccezionale lucidità di coscienza[7], si doleva del fatto di avere offerto involontariamente l'alibi morale alla tratta quando aveva richiamato l'attenzione sulla debole costituzione fisica degli indios, aggiungendo che forse gli abitanti dell'Africa avrebbero potuto resistere meglio al lavoro duro delle miniere e delle piantagioni. La Chiesa lasciò credere che bastava battezzare gli índios superstiti e gli africani vomitati dalle navi negriere per assolvere il dovere cristiano e si disinteressò del resto.

Il Governo centrale ed i Governatori locali, organicamente convinti che le colonie servissero ad esclusivo vantaggio della metropoli, regolamentarono la tratta e contemporaneamente proibirono e soraggiarono ogni attività che non fosse strettamente legata alle necessità della madre patria; venne vietato il commercio con gli altri paesi e perfino l'accesso agli stranieri. Ma non basta: per due secoli la Spagna si preoccupò di impedire con ogni mezzo la nascita di una cultura insulare, ed anche se nei primi quarant'anni della colonia troviamo momenti di aggregazione culturale, per esempio nei conventi francescani e domenicani dell'Avana o presso il palazzo del viceré Vasco Porcallo de Figueroa, e soprattutto nei cori delle parrocchie dove la musicalità istintiva dell'indio e del negro arricchiva i canti religiosi[8], tuttavia mancava completamente ogni forma di istruzione elementare ed un giovane dotato, se voleva studiare, era obbligato ad andare in Spagna o in una delle tre Università esistenti nel continente: l'università di San Tommaso d'Aquino a San Domingo (1538), quella San Marcos di Lima e quella di Messico (1553)[9]. Ma forse, più della mancanza di un'organizzazione scolastica, ciò che contribuì maggiormente a condannare ad un silenzio secolare l'eterogenea popolazione dell'isola fu la sistematica proibizione alla libera circolazione del pensiero su qualsiasi problema che riguardasse il Nuovo Mondo o che lì venisse formulato ed espresso. Una legge emessa da Filippo II il 21 di settembre del 1556 ordinava ai giudici di Spagna e d'America:

    "... di non consentire né permettere che si stampino o vendano libri che trattino di materia d'India, e facciano sequestrare, ritirare ed inviare direttamente a lui tutti quelli che vengano trovati, e che nessuno stampatore o libraio li pubblichi, li conservi o venda"[10].

Al Consejo de Indias è affidata la voce ufficiale, l'unica voce del Nuovo Mondo, ed il privilegio dell'imprimatur.

Nel 1641 è Filippo IV ad insistere con un ulteriore decreto in cui ordina ai giudici di: "vedere, custodire ed eseguire quanto disposto nella citata cedola reale, e che ai fini dell'esecuzione ed osservanza diano i convenienti ordini, senza permettere né consentire che venga stampato alcun libro di storia" senza la speciale licenza concessa dal Consejo de Indias[11]. Ancora nel 1778, una legge del 23 dicembre impediva ai figli d'America e agli spagnoli residenti "di studiare, osservare e scrivere su materie relative alle colonie"[12] e sebbene nel 1728 Filippo V avesse approvato la fondazione dell'Università di San Jeronímo de La Habana ed avesse fatto la sua comparsa a Cuba la prima stamperia, il sempre vigile Consejo de Indias proibiva, nel 1764, la stampa di una "Gazzetta" e di un "Mercurio" mensile con questa motivazione:

    "Si è del parere di rifiutare questa proposta per gli inconvenienti che nel concedere la sollecitata licenza potrebbero derivare nella decadenza del ramo cartario e nel minor consumo di libri ed altri fogli che si stampano in questa Corte. Risoluzione: si mantenga all'Avana una sola stamperia per la necessità del Governo"[13].

In questo modo viene negato agli abitanti dell'isola il diritto di scrivere la propria storia, ed anche se è evidente che questa non poteva essere sostanzialmente diversa da quella ufficiale, tuttavia colpisce un così radicale divieto di parola che impediva agli americani di parlare di ciò che gli stava più a cuore: cioè dei fatti che riguardavano la propria terra. Li si obbligava a dimenticare il passato, ad ignorare la morfologia del paese, a non indagare sulla propria storia[14].


Tre secoli di silenzio

Che dal loro punto di vista i colonialisti spagnoli avessero ragione a reprimere duramente diritti umani e libertà di coscienza lo dimostra il fatto che proprio nel secolo XVIII la creazione dei primi centri culturali[15], l'aria dei nuovi tempi e l'apertura clandestina dell'isola ai corsari ed al contrabbando, impressero un'accelerazione all'isola che durante i secoli XVI e XVII aveva passivamente sopportato lo sterminio e lo stravisamento culturale, l'imposizione del ruolo degradante di deposito di forze e di munizioni per difendere e conservare il vasto impero americano e le restrizioni assurde che trasformarono Cuba in un grande presidio militare, col pretesto che la presenza degli schiavi negri obbligava ad una attenta vigilanza costituendo di per sé un pericolo permanente.

Negata l'istruzione, negato il libero scambio e la libera iniziativa, oberata di tasse, costretta alla produzione forzata di merci indispensabili alla metropoli, l'isola non ebbe un'identità né un'economia propria, non poté conoscersi né riconoscersi, non ebbe coscienza di sé, delle proprie risorse e delle proprie potenzialità[16]. L'individuo, affidato a se stesso, si organizzò in modo da burlare le leggi per poter sopravvivere.

Gli schiavi negri camuffavano da santi cristiani le loro libere divinità mentre i tutori dell'ordine monarchico favorivano il contrabbando in cambio di laute percentuali[17]. La Chiesa manteneva ricchi i conventi in cambio di formali battesimi mentre la Corona conservava le mani pulite specialmente dopo avere ceduto all'Inghilterra con il trattato di Utrecht l'asiento, cioè il privilegio di introdurre ogni anno in America una nave di cinquecento tonnellate, carica di schiavi. Difatti nei secoli XVI e XVII la tratta dei negri non si era ancora trasformata in quel gigantesco affare che sarebbe diventato nel secolo XVIII quando i francesi, approfittando della crisi ereditaria provocata dalla morte di Carlo II d'Austria, cominciarono a trafficare con l'isola scambiando merci e schiavi negri per tabacco e quando le piantagioni di zucchero cominciarono ad acquistare un rilevante peso economico[18]. Fu in quest'epoca, infatti, che lo schiavo negro divenne un elementoinsostituibile per un decollo economico che pareva reso possibile dalla contingenza storica.

Per tre secoli, Cuba, non ebbe diritto di esistenza: scalo marittimo, centro commerciale, centro di contrabbando, presidio militare, continuò a vivere nella fantasia degli europei secondo l'immagine che ne aveva dato Colombo ai Re Cattolici[19]. Eppure, nonostante la proibizione e la repressione, qualcosa stava cambiando. Negli appartati bohios e nei bateyes dove sudavano alla raccolta dello zucchero, i negri che non avevano mai abdicato al proprio passato, tessevano anno dopo anno una struggente mitologia del ritorno in Africa che contribuiva a radicare in terra americana una cultura diversa. Le stimolanti e sovversive idee del secolo dei lumi penetravano con le merci che i corsari sbarcavano clandestinamente nei porti dell'isola[20] o attraverso i racconti dei giovani rampolli di famiglie agiate ed illuminate, di ritorno dai loro corsi di studio all'estero e soprattutto dagli Stati Uniti ormai indipendenti. Perfino la conquista della città dell'Avana da parte della Marina Inglese nel 1762, contribuì ad allentare la ferrea morsa che per circa tre secoli aveva tenuto l'isola di Cuba nella contraddittoria posizione di centrale scalo marittimo e di ultima Thule della civiltà[21].

Proprio le parole per descrivere, il linguaggio nuovo del nuovo mondo furono soffocati dalle dure leggi dell'economia, dell'ideologia religiosa, dell'eurocentrismo culturale. Per tre secoli l'Europa colta concesse uno sguardo ora distratto, ora sognatore ad un mondo al quale veniva negata realtà e che si volle immaginare di volta in volta "secondo le abitudini e i criteri dell'Occidente paganeggiante e cristiano del Cinquecento", trionfante e soddisfatto di sé durante i "fasti inediti dell'epoca barocca e poi rococò", alla ricerca di un modello di perfezione — "il buon selvaggio sempre prodigo e tollerante" — nell'Illuminismo, con una sorprendente assenza di ogni originale connotazione di quei luoghi ed abitanti"[22].


Humboldt definisce l'isola

Quando il barone Alessandro von Humboldt, previa licenza sovrana che lo autorizzava ad esplorare le terre sconosciute delle colonie spagnole visitò Cuba, vaticinò che quella terra, con i favori di quel clima privilegiato sarebbe presto divenuta simile, se non superiore alla Svizzera o alla Danimarca. Humboldt non teneva conto, evidentemente, del fatto che non entrava nei progetti della Corona l'armonioso sviluppo di quel paese e tantomeno la conoscenza del territorio in cui vivevano. Spettò dunque al barone tedesco il compito di descrivere nel suo Saggio politico sull'isola di Cuba l'aspetto fisico del paese, correggendo l'errore di un grado di longitudine nella posizione dell'Avana, catalogando 156 specie di flora cubana in gran parte sconosciute ai botanici dell'epoca, ma soprattutto denunciando il fatto che l'esasperata oppressione coloniale lasciava prevedere nelle Antille un violento e salutare cambio di potere nel momento in cui la forza lavoro di quelle isole avesse maturato la volontà di spezzare il giogo dello sfruttamento[23].

Dovevano passare ancora molti anni prima che quella forza lavoro esplodesse con tutta la violenza dell'esasperazione nel grido di Vart e nell'incendio dei cañaverales, ma il barone di Humboldt che dette voce a chi non aveva voce, è ricordato oggi come il secondo scopritore di Cuba. I suoi occhi illuminati, la sua coscienza aperta ne fecero lo strumento per mezzo del quale fu possibile burlare il ferreo blocco di informazione che aveva sepolto per tre secoli l'isola nel limbo della non-esistenza culturale.


La borghesia coloniale

Agli inizi del XIX la situazione economica dell'isola è radicalmente cambiata. Ne dà conto Antonio del Valle Hernández nella sua Sucinta noticia de la situación presente en esta colonia en 1800, una relazione che l'autore dichiara di aver redatto per spiegare ad un ammirato viaggiatore i perché del progresso improvviso che ha fatto della colonia non solo un paese ricco e fastoso nei costumi, ma con i livelli salariali più alti di tutto il mondo occidentale ed un costo della vita elevatissimo[24]. Era successo che nel 1778 un Regio Decreto aveva annullato il vecchio monopolio commerciale detenuto da Cadice nel commercio con le colonie e finalmente erano stati aperti al commercio con una mezza dozzina di città spagnole i porti dell'Avana e di Santiago. Inoltre una serie di Provvedimenti Reali (1789-1793) aveva autorizzato i commercianti dell'Avana a fornirsi direttamente di schiavi sulle coste africane e ad introdurli direttamente nell'isola. Da questi decreti nacque l'improvvisa ricchezza della borghesia coloniale — fra contrabbando e commercio di schiavi — dato che la metropoli, fino ad allora, non solo l'aveva strangolata con tasse, proibizioni e limitazioni, ma non era stata nemmeno in grado di dare giuste soluzioni al complicato problema della proprietà delle terre, originando così annosi litigi fondiari[25].

Con la massiccia importazione di schiavi si ampliò anche la coltivazione della canna da zucchero; l'isola che Valle Hernández descrive ancora come un bosco pressoché continuo, assiste ad un taglio indiscriminato per favorire il moltiplicarsi degli ingenios, micro-mondi dove tutto, dalle case alla fabbrica alla terra al porto agli uomini, è di un solo padrone. L'industria dello zucchero fu capitalista fin dall'inizio e quanto più progrediva tecnologicamente — è della fine del settecento la prima molitura meccanica — tanto più capitale esigeva[26]. Oltre ad una borghesia criolla[27], ricca e senza scrupoli, consistente in non più di cinquecento famiglie, la popolazione bianca dell'isola era costituita da una classe piccolo borghese che dei fasti di cui si diceva prima non riusciva a vedere neanche le briciole. Emigrati da poverissimi paesi della Galizia o delle Asturie, arrivavano in un paese che negava loro quasi tutto, tranne il piccolo commercio, la piccola agricoltura ed impieghi statali di quarto ordine. Valle Hernández prende a cuore le sorti di questi creoli:

"Abbiamo visto che le arti, che in altri (paesi) occupano molti bianchi onesti e ben nati, sono quasi monopolizzate da gente di colore; vuol dire che la gioventù bianca non ha assolutamente una vita facile e conveniente. Da qui viene la preoccupazione che i creoli siano propensi all'apatia e alla pigrizia; tuttavia bisogna dire, in ossequio alla verità, che in nessun paese vi sono uomini più laboriosi e diligenti di quelli che arrivano a possedere beni di fortuna, con buona educazione, e forse queste qualità si trovano più spesso nella classe media che in quella alta, perché in questa le preoccupazioni della nascita ed altre che sono madri della vanità, sogliono adulterare le buone disposizioni della natura. È costante che la povertà e le necessità avviliscano gli animi, abbattano gli spiriti e generino mille vizi e difetti che non esisterebbero o si correggerebbero con un lavoro e alcune comodità. In questo paese la gente è, in generale, perspicace, conservatrice e di grande acume. Si può dire che non le manchi tanto cultura quanto mezzi ed occasioni per acquistarla"[28].

La testimonianza di Valle Hernández — che tra l'altro servi da base, nel 1811, per uno scontro davanti alle Cortes di Cadice con i consiglieri-abolizionisti — ci parla per la prima volta di questa classe, né libera e né schiava, costretta a tagliare le proprie radici europee ed a collocarsi in qualche modo in una nuova realtà, che insieme ai negri liberati[29] costituisce il vero tessuto dell'isola. Da allora viene fuori il meticciato, da loro nasce quel sostrato che poco a poco andrà prefigurando il popolo cubano. Infatti, all'inizio del secolo XIX, Cuba esisteva solo come luogo geografico, mentre gli abitanti da gallegos o lucumíes, canarios o congos cominciavano a diventare avaneri o camagueiani.

Fu solo vari decenni dopo, quando Carlos Manuel de Céspedes pronunciò il suo famoso discorso della Demajagua[30] che il termine cubano, che prima designava esclusivamente gli abitanti di Santiago, passò ad identificare tutti i criollos di qualunque colore o estrazione sociale, purché nati nell'isola.

L'arricchimento rapido, la trasformazione definitiva dell'economia agricola in monocultura, la massiccia tratta degli schiavi, la sete di cultura e di liberi scambi che fu la logica conseguenza della lunghissima compressione di questi bisogni, diedero origine ad una laboriosa e contraddittoria fase di riscossa nazionale che doveva fare continuamente i conti con la fragilità dell'idea di nazione, non ancora sedimentata nella coscienza dei creoli, e con i contraddittori interessi che vedevano contrapposte le cinquecento famiglie che contavano ed il resto del variegato tessuto sociale dell'isola, ivi compresi i negri cimarrones, schiavi fuggiti dagli ingenios, che stavano dando vita a piccole comunità autonome, i palenques.

Una volta imboccata la strada dello sfruttamento intensivo che i già ricordati provvedimenti reali della fine del secolo XVIII avevano favorito, le ricche famiglie detentrici del potere economico riuscirono a gestire le ricchezze dell'isola tacitando la Corona di Spagna con il pagamento di imposte che liberavano la metropoli da altri problemi, ma che rappresentavano una minima parte di quello che il paese rendeva. D'altra parte la Spagna si era così garantita una relativa tranquillità nell'isola, vigilata dai latifondisti — assai interessati a mantenere lo statu quo — mentre tutte le altre colonie d'America andavano una ad una conquistando la propria indipendenza.

Cuba finiva col rappresentare, nella prima metà dell'ottocento, l'ultimo simbolo del vecchio Impero spagnolo e per nessuna ragione la Spagna pensava di rinunciarci, anche se fin dal 1805 — anno della battaglia di Trafalgar e quindi della distruzione della supremazia spagnola sui mari — gli Stati Uniti si erano impadroniti in modo massiccio, anche se illegale, del commercio con le colonie spagnole. Fin da allora più di un latifondista flirtava con la giovane nazione vicina senza rendersi conto del pericolo che avrebbe potuto costituire in avvenire. C'era un altro pericolo, invece, ben più reale, costituito dal sommovimento della popolazione negra che pareva sentirsi stimolata dall'esempio di Haiti dove, dopo una sanguinosa rivolta capeggiata dal negro di origine cubana Tomás Morales, detto Toussaint Louverture, i negri avevano fondato uno stato indipendente.



Tratto da: Latinoamerica. Analisi, testi, dibattiti, Roma, Anno VIII, n. 26, aprile-giugno 1987, pp. 3-11


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    Note

      [1] "La moltitudine di palme dalle varie forme, le più alte e le più belle nelle quali io mi sia mai imbattuto, ed un'infinità di alberi grandi e verdi; gli uccelli dalle piume variopinte e la vegetazione delle campagne rendono questo paese, Serenissimi Principi, di una tale meravigliosa bellezza che esso supera tutti gli altri per grazie e per attrattive, così come fa il giorno con la notte per la luminosità. Io sono stato talmente soddisfatto alla vista di così grande bellezza, che non ho parole per riferirla". Così Cristoforo Colombo in una lettera del 1492 che annuncia la Scoperta ai Re Cattolici.

      [2] "Bisogna rendere appetibile ai Re Cattolici ciò che è stato scoperto povero e scarso, in questo primo viaggio verso l'ignoto, e Colombo non ha neppure la preoccupazione di variare o di graduare gli aggettivi" in José Antonio Portuondo, La emancipación literaria de Hispanoamérica, La Habana 1975, p. 6. Su questo tema vedi pure l'interpretazione che ne dà Alejo Carpentier in El Arpa y la Sombra, México 1979 (ed. italiana 1980).

      [3] L'idea che l'America costituisca un luogo privilegiato venne espressa in proiezioni utopiche, che attuarono nella fisionomia della Conquista, come ha dimostrato Sergio Buarque de Hollanda in una "opera fondamentale, dove studia la trasposizione di nozioni e fantasie di carattere paradisiaco, per comporre l'immagine del nuovo mondo" in Antonio Candido, Literatura y Subdesarrollo, in AA.VV., América Latina en su Literatura, Unesco, México 1972, p. 335.

      [4] "Lo spagnolo imparò a stimare la gloria al di sopra di tutto, infatti così aveva preteso la gigantesca crociata contro i mussulmani. Al contrario, l'inglese, l'olandese si abituarono a rispettare le virtù della borghesia trionfante: lavoro, risparmio, tempo, tecnica, tolleranza" in F. López Seguera, Los orígenes de la cultura cubana, La Habana 1969, p. 15.

      [5] "Così la carta geografica dell'America mostra l'impronta indelebile delle letture e credenze del conquistatore, alimento della sua immaginazione e stimolo della sua attività. Poiché in fine, sono state queste fantasie scaturite dalla sua stessa anima, queste pure sostanze del sogno, quelle che riversandosi su di lui lo stimolarono irresistibilmente a dare corpo ad imprese che la ragione e il calcolo razionale avrebbero rifiutato di eseguire e perfino di concepire" in Maria Rosa Lida de Malkiel, Fantasía y realidad en la Conquista de América, in AA.VV., Homenaje al doctor Amado Alonso en su cinquentenario — 1923/1973, Buenos Aires 1975, p. 220.

      [6] Bartolomé de las Casas, Brevísima relación de la destrucción de las Indias, México 1953, p. 23.

      [7] "Las Casas intendeva la cultura umana come un processo di evoluzione e comprese che la civiltà non era singolare, ma plurale: scoprì la disuguaglianza temporale dello sviluppo storico e la relatività della posizione europea. Nel secolo XVI, a quanto ne so, solamente lui arriva a questa comprensione storica. I governi dell'Occidente attuale, a giudicare dai loro atti, non se ne sono ancora resi conto" in Hans Magnus Enzensberger, Las Casas y Trujíllo, La Habana 1969, p. 31.

      [8] Per un'informazione esaustiva sull'argomento, si veda: Alejo Carpentier, La música en Cuba, México 1946.

      [9] Francisco López Seguera (op. cit., p. 19) ricorda che nella prima metà dei secolo XVI esisteva la Scholatria della Cattedrale di Santiago de Cuba il cui primo maestro, professore di grammatica e musicista fu Miguel de Velázquez, figlio di uno spagnolo e di un'india. Egli già lamentava, in una lettera al Vescovo Sarmiento del 1547, che l'isola era una "triste terra, come una terra tirannizzata e di dominatori".

      [10] Si veda Nicolás Joseph de Ribera, Descripción de la Isla de Cuba, La Habana 1975, p. 20. Il testo di N.J. de Ribera si conobbe a Cuba solo nel 1907, per opera del bibliografo cubano M. Trelles.

      [11] Hortensia Pichardo, Estudio preliminar y Notas, in N.J. de Ribera, op. cit., p. 23.

      [12] Ivi, p. 24.

      [13] Ivi, p. 37.

      [14] "La sua posizione e figura ancora non ci conosce perfettamente. Questo in pane deriva dal fatto che invece di fomentare la pesca e la navigazione la si rifiuta e comprime e che i governatori si occupano troppo di liti giudiziarie fra vicini, o di affari di interesse personale, il cui disbrigo li impaccia continuamente e non visitano neppure l'isola, ispezionandola di persona come è disposto, e converrebbe che si facesse. E così succede molte volte che lo straniero sa di quelle coste e mari ciò che noi ignoriamo" in N.J. de Ribera, op. cit ., pp. 128-129.

      [15] Il più importante e l'ultimo in ordine di tempo di questi centri culturali fu la Sociedad Económica de amigos del país (1792), che fra gli altri compiti si assunse quello di dare avvio ad un programma minimo di istruzione elementare.

      [16] "Non si conoscono neanche tutte le bellissime piante e legna che vi abbondano dappertutto. E neppure gli abitanti hanno, di quelle che conoscono, più di una conoscenza semplice che è incapace di penetrarne le proprietà. E poiché ognuno di questi fatti è realmente importante, sarebbe senza dubbio utile la sua storia naturale. E poiché è facile ottenerla con poco costo, credo che sarebbe conveniente disporre che persone idonee vi lavorassero con tutta la precisione e cura che simili opere richiedono" in N.J. de Ribera, op. cit., p. 165.

      [17] "La truppa in quei paesi si fa corrompere, e invece di impedire il cattivo commercio, lo fomenta e perfino lo sollecita" in N. J. de Ribera, op. cit., p. 154.

      [18] "Fino a che i francesi, durante la guerra di successione cominciarono a risvegliare la nostra industria con le loro speculazioni per scambiare negri e merci per tabacco. La nostra isola non era un paese di miniere; e poiché la fortuna dell'Avana era nata dal fatto di essere un vantaggioso porto d'attracco e di incontro per le navi di ritorno fra Terra Ferma e Vera Cruz e l'Europa, non avevamo avuto fino a quel momento altro traffico che quello di approvvigionamento di viveri e d'acqua. È da quel momento, dunque, che all'Avana si è cominciato a desiderare e comprare negri... (...). Si renda più facile, dunque, l'importazione o l'introduzione di negri a basso prezzo e si dia licenza di stabilirsi nell'isola a qualsiasi europeo della nostra religione e in pochi anni l'isola di Cuba varrà dieci volte più di ora" in N.J. de Ribera, op. cit., p. 154.

      [19] V. nota 1.

      [20] "Gli abitanti di quell'isola non possono ricevere senza commettere delitto merci estranee né vendere ad un'altra nazione le proprie. L'una e l'altra impresa sebbene delinquente, non ha potuto finora essere estinta completamente, e sembra impossibile trovare qualche mezzo specifico" in N.J. de Ribera, op. cit., p. 153.

      [21] "La presa dell'Avana da parte degli Inglesi (1762) determinò, non solo una libertà commerciale sconosciuta fino ad allora, ma anche la nascita di una coscienza della storicità che cominciò a connotare la cristallizzazione degli atteggiamenti colonizzatori in un corpo storico desideroso di possedere il suo proprio essere e che ben presto si sarebbe lanciato alla ricerca di uno stato attraverso il quale esprimere la propria personalità" in Francisco López Seguera, op. cit., p. 51.

      [22] Cito quasi alla lettera da Giancarlo Marmori, Sulla Vetta del mondo (L'America come la sognavano gli Europei), "L'Espresso", 24-10-76.

      [23] Alejandro de Humboldt, Ensayo sobre la isla de Cuba, La Habana, 1959. Armando Bayo nel suo saggio biografico Humboldt, La Habana 1970, p. 113 annota: "Il Municipio dell'Avana, in riunione del 29 novembre 1827, solo alcune settimane dopo la pubblicazione completa del Ensayo político sobre la isla de Cuba in spagnolo, e su proposta di Andrés Zayas, decide di impedire la circolazione in questa città della pericolosa opera per le osservazioni che vi erano relative alla schiavitù".

      [24] Antonio del Valle Hernández, Sucinta noticia de la situación presente en esta colonia. 1800, La Habana 1977, p. 95.

      [25] La secolare consuetudine di attribuire estensioni di terra in forma circolare, evidentemente provocò delle intersecazioni geometricamente irrisolvibili.

      [26] "Se l'industria zuccheriera è capitalistica fin dall'inizio, a misura che progredisce la tecnica meccanica, fino ad arrivare alla macchina a vapore, si richiedono più costose macine, più campi di canna, più terre, più schiavi, più investimenti e riserve; insomma, sempre più capitale. Tutta la storia dello zucchero a Cuba, dal suo primo giorno, è la lotta per l'arrivo di capitale straniero e la sua ingerenza primordiale nell'economia insulare. E non del capitale spagnolo, ma di quello più straniero, quello genovese, quello tedesco, quello fiammingo, quello inglese, quello yankee, dai giorni dell'imperatore Carlo V con i suoi banchieri Fûggher, fino a questi giorni moderni del buen vicino e dei finanzieri di Wall Street" Fernando Ortiz, Contrapunteo cubano de tabaco y el azúcar, La Habana 1963, p. 245 (ed. italiana, Milano 1983).

      [27] "È significativo che questo termine che appare già alla fine del secolo XV venga usato, all'inizio nel portoghese dei Brasile, da dove passerà ad altri idiomi, per designare il negro americano non più africano, e solo più tardi abbraccerà anche il bianco nato qui, fino ad indicare, finalmente, preferibilmente quest'ultimo" Roberto Fernández Retamar, Nuestra América y el Occidente, México 1978, p. 14.

      [28] A. del Valle Hernández, op. cit., p. 100.

      [29] Si veda Juan Pérez de la Riva, ¿Cuántos africanos fueron traidos a Cuba?, La Habana 1977, pp. 6-7.

      [30] Hugh Thomas, Storia di Cuba, Torino 1973, p. 176, cita queste parole: "Signori, il potere della Spagna è decrepito e mangiato dai vermi e, se ci sembra ancora grande e forte, è perché per tre secoli noi lo abbiamo guardato stando in ginocchio".


Cuba. Una identità in movimento

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